di LUIGI MONTOBBIO

Raramente mi viene da ammirare una fusione così perfetta tra forma e luce come nelle opere scultoree di Pietro Perin, siano esse di marmo di cemento o di terracotta. Una scultura che trae bellezza e suggestione dalle linee classiche dolcemente sinuose e pure soprattutto nelle figure femminili. Egli ci rende quasi palpabile un’idea che ritrae plasmando la materia per proporci infine un oggetto che è rappresentazione di un sogno, di una fantasia.

È un momento di grazia che a lungo permane, epilogo felice del travaglio dell’artista per rifinire la propria creatura. Ciò avviene nel rispetto di una scuola, nel devoto omaggio ad un esperienza acquisita nel valorizzare i valori plastici e ad una coerenza di linguaggio manifestata fino dalle prime opere.
Piero Perin è maturato attraverso le scuole di Arturo Martini e di Alberto Viani, e ciò non è poco. Ma poi ha acquisito una ben precisa personalità con un occhio rivolto al mondo classico, sollecitato dalla “nostalgia dell’antico” come sottolinea Carlo Munari, nostalgia che non lo ha mai più lasciato.
In lui c’è la religione del mito senza perdere contatto con la realtà soprattutto nelle grandi opere pubbliche percorse da un fremito vitale che cancella ogni forma retorica per restituirci nella sua essenza Patto che suggella l’evento storico-commemorativo che si vuole raffigurare.