di DINO FORMAGGIO

L’ideale della- scultura – fermare nelle crete, in pietra, in bronzo le immagini e le forme degli dei e degli umani ed effimeri splendori dei corpi per sottrarli alla corsa sconvolgente e distruggitrice del tempo – è certamente antico quanto il mondo. Eternamente vivo ed eternamente irraggiungibile come ogni ideale, eppure sempre perseguito e sognato come il mito stesso e l’utopia. E di miti e di utopia l’idea di scultura si è sempre nutrita. Anche in tempi di morte del mito e di critica dell’utopia, come sono i nostri. Tuttavia, come ogni autentico ideale, l’idea di scultura si trasforma nei secoli, mantenendo intatta la propria originaria direzione perenne, la propria essenza di iperuranica passione delle forme.

La scultura di Piero Perin è troppo sensibilmente viva e colta ad un tempo per ignorare – o cancellare dentro di sé, come molta scultura contemporanea polemicamente e intellettualisticamente ha fatto e continua a tentare – questo antico ideale della propria essenza originaria.

Perin ignora invece le mode fluttuanti e le acrobazie intellettualistiche di negazione dell’umano. Ma le sue fluide forme dei volti e dei corpi non escono da qualche stanca ripetizione di una pur amata antichità, ma fioriscono limpide ed avvolgenti da molto bene assimilate sapienze culturali e intuitive del mondo moderno e contemporaneo. Ed ecco allora che le sue materie, la creta, la pietra, il bronzo, prendono miracolosamente ad ergersi, su dalla terra, e si innalzano con dolcissime curve (qualcuno ha detto : “la curva è la vita”), rubano all’aria il movimento e il respiro, per avvolgersi delicatamente ad aprire e a chiudere in completezza le forme idealmente sognate.

Cresciuto agli studi e agli insegnamenti di grandi maestri, come Martini e Viani, soprattutto da quest’ultimo ha saputo trarre i modi tecnici e l’ideale e platonica intenzionalità di una totale e ben levigata purificazione delle forme, fuori dal contingente e dal peso inutilmente mondano e disturbante del particolare materiale.

Le creature dolci e trasognate della scultura di Perin, sembrano allora sentire il cielo più che la terra, s’avvolgono di grazia, si bilicano sui delicatissimi equilibri della grazia e chiamano le carezze, vogliono senza furia o passione la mano che le sfiori e il tatto che segretamente le percorra e ne goda tutti i palpiti di vita. Il che, a ben guardare, è un risultato non indifferente della lunga, appassionata ricerca della scultura di Perin, portata avanti nella quieta solitudine di una mite sensibilissima natura, lontana dai traffici e dagli oscuri vizi non soltanto tecnologici di una città come Padova, in mezzo alla quale è cresciuto ed opera, riuscendo a mantenere intatto, non si sa davvero come, questo suo purissimo mondo interiore di forme carezzate e sognate, lontane dal rumoreggiare delle ingannevoli mode, fasciate di bianchi silenzi.